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Vigilia di Natale a Sant' Andrea

 

     Vigilia di Natale a Sant’Andrea Anni Trenta e Quaranta

Dopo la festa di Sant’Andrea a novembre i bambini volgevano la loro attenzione alla Vigilia di Natale. Si aspettava l’evento con trepidazione, come qualcosa di veramente speciale. E speciale lo era soprattutto per quanto riguardava la cena della Vigilia.
 Sebbene semplicissima e ben poca cosa rispetto ad oggi, la tradizione voleva che si consumassero 13 tipi diversi di cibo (i tridici cuasi). Il banchetto consisteva in stoccafisso e patate, zippuli, crispiaddhi, mele che erano appese in una rete al solaio con la specifica funzione di essere consumate alla Vigilia di Natale.
So di sicuro che nelle le famiglie meno fortunate non c’erano tredici cose diverse ed bambini erano costretti a contare cose come il lievito, l’olio e persino il fuoco per arrivare a tredici.
Era usanza per i giovani del luogo fabbricare e lanciare mortaretti contro i muri delle case o per terra, a volte addirittura farli esplodere ai piedi di qualcuno. Si faceva per celebrare la festa, ma anche per richiamare l’attenzione delle bellissime ragazze andreolesi. L’ambizione dei ragazzi era di ottenere il permesso di uscire per partecipare ai vari Presepi, organizzati da qualche giovane intraprendente al fine di guadagnare un po’ di soldi. A Sant’Andrea i fratelli Nicola Maria e Don Bruno Voci erano dal punto di vista del talento artistico gli uomini più dotati del tempo. Le loro creazioni erano magnifiche e incantevoli. Ogni anno Don Bruno costruiva interi villaggi disseminati per tutto il Presepe. Il Presepe (Presiapiu) era allestito nell’angolo sud occidentale della navata vicino al recinto di ferro alla sinistra dell’Altare Maggiore. Consisteva di una Nativita’ gigantesca con paeselli e figurine (santucci) che si incamminavano verso Betlemme. Il sughero era usato in abbondanza per dare l’idea di un paesaggio di montagna. Le stradine che conducevano alla mangiatoia erano coperte con granito (scuagghiu) bianco sgretolato per simulare la neve. Le giunture del sughero erano coperte con del muschio così che il paesaggio pastorale sembrava naturale e autentico. Sospesa al soffitto c’era la grossa stella cometa che avrebbe guidato i re Magi a Betlemme. I santucci erano sparpagliati per tutto il Presepe.
Da bambino ricordo di essere stato molto eccitato per l’intero progetto e seguivo con interesse il lento progresso fatto dai re Magi. Per qualche strano motivo eravamo tutti incuriositi dal loro tragitto, anche se sapevamo che sarebbero certamente arrivati a Betlemme il giorno do Vattisimu (l’Epifania, per i meno pratici). La scena cambiava ogni anno ma l’entusiasmo e l’interesse non mancavano mai. Ecco come io ricordo e come mi manca la bellezza e l’innocenza di quel tempo!
I ragazzi visitavano quei Presepi e giocavano a carte (Briscola, Tressette, Scopa, Quintiglio) scommettendo caffè fatto con ghiande tostate, semi d’uva o d’orzo. La messa  cominciava a mezzanotte e Gesù Bambino appena nato era portato in processione in Chiesa in modo che tutti i parrocchiani potessero vedere, toccare, baciare. A quel punto i giovani erano stanchi e assonnati e si raggruppavano davanti all’altare vicino alla statua della Madonna del Carmine. Chiunque si fosse addormentato si risvegliava inevitabilmente con la faccia annerita dal sughero bruciato. La celebrazione giungeva al termine quando l’Arciprete intonava con la sua voce maestosa: “Ite Missa Est”. 
Natale, il 25 dicembre, era in realtà un anticlimax e la gente lo trascorreva cercando di recuperare le forze per il lavoro gravoso che li aspettava, i majisi e sula

Più passa il tempo e più le cose di un tempo passato acquistano un’aureola mitica. Forse il tutto non era poi così fantastico come vogliamo crederlo oggi ma nessuno potrà mai cancellare quelle care memorie dalla mia mente. Sono un sentimentale? Potete giurarci! Ma morirò convinto che c’era una grande bellezza nella nostra innocenza e semplicità. Dopo 55 anni in America sono tornato in Italia e a Sant’Andrea solo per trovare l’America anche lì! Sono rimasto deluso e sconsolato e mi sono sentito come un bambino che ha perso la mamma. Mi sono guardato attorno e ho capito che ero un orfano perché tutto quello che mi stava a cuore e’ sparito!

 

L' articolo è di Angelo Iorfida

La traduzione è di Anna Mongiardo Goodman

 
 

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