Il sito degli Andreolesi

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LE TRADIZIONI

 

Sant’Andrea ha avuto le sue tradizioni, i suoi usi ed i suoi costumi, legati ad una civiltà contadina che oramai sta scomparendo.
Tutto è cambiato, le campagne, che, per quanto aspre e difficili da coltivare, costituivano la principale fonte di sostentamento dei suoi abitanti, sono state in gran parte abbandonate, ed  i suoi abitanti sono emigrati a fare fortuna prima nelle Americhe e poi in varie parti d’Europa o nelle grandi città di Italia, soprattutto a Milano e a Roma.
Percio' molto di quanto è raccontato in queste pagine, ora non esiste piu', ma fa parte della nostra storia, delle nostre radici

ABITAZIONI E ABBIGLIAMENTO

Il popolo di Sant’Andrea ha avuto i suoi usi ed i suoi costumi, ma molti di esse sono già scomparse o vanno scomparendo.

Noi sappiamo che i pochi benestanti avevano abitazioni formate dal piano basso (catuaiu) e dal primo piano, costituito da una o più stanze ed a cui si accedeva di solito attraverso una scalinata esterna. Gli altri, in gran parte coltivatori della terra o braccianti e pochi artigiani, abitavano case basse, a pian terreno, male illuminate e costruite con pietre, mattoni e argilla rossa. In ciascuno di questi abituri, viveva una famiglia. In un angolo vi era il letto dei genitori, in un altro quello della figliolanza, nel terzo il sacro focolare quasi sempre acceso e nel quarto si ammassavano le galline e la capretta o il maialino.

A sera, la famiglia si riuniva attorno al focolare per consumare la modesta cena imbandita sulle ginocchia della madre, in un solo piatto grande e fondo, o in un tegame poggiato sul treppiedi, al lume di un lucerna ad olio o alla fiamma del focolare.
Seguiva la recita del Rosario e poi si andava a letto. Se qualcuno per necessità impellenti doveva uscire fuori, illuminava le strade con un tizzone acceso o con la fiamma d’una pezzuola unta d’olio, perchè di notte il paese era avvolto nel silenzio e nel buio più fitto.

Alle quattro del mattino suonava la campana e gli agricoltori, dopo essere stati a Messa ('a Missa ‘a prima), si recavano in campagna per attendere ai lavori agricoli.
Gli uomini vestivano calzoni lunghi fin sotto il ginocchio, calze turchine lunghe, scarpe di cuoio e un giubbetto chiuso fin sotto al collo, da dove faceva mostra il collare della candida camicia, tessuta e cucita dalle donne in casa. Un berrettino di castoro fino e turchino copriva il capo e scendeva dietro la schiena (u bertìnu) e d’inverno un lungo e largo manto di orbace (lana grezza di colore scuro) riparava dal freddo, dall’acqua e dal vento.

La donna vestiva una gonna con corpetto aperto al seno (u dubrìattu) e tutta pieghettata, lunga fin sotto al tallone e rivoltata sui fianchi, sì da far comparire la camicia candida e profumata di bucato. Il seno era coperto da un pezzo di stoffa di vario colore e ben rinforzato (pettèra), assicurata alla gonna con lacci o da nastri dai più vivaci colori.
Anche le maniche rotte erano allacciate dalla parte superiore in modo da far vedere la camicia pomposamente gonfia.
La donna copriva la testa con una tovaglia di mussola bianca o di seta nera abilmente piegata sull’alto della fronte, rovesciata sulle spalle ed appuntata dietro la nuca con uno spillo modesto o costoso.
Un grembiule stretto o largo di vari colori, assicurato alla vita da una cinta, scendeva fino al ginocchio e terminava con un merletto confezionato e tinto in famiglia.

D’inverno la donna si copriva le spalle e le braccia con uno scialle paesano, di lana tessuta e tinta a Gasperina o a Guardavalle (vancàla). La più povera indossava una specie di scialle largo e lungo confezionato con lana filata, tessuta e tinta in paese (carpitùni).
Orecchini lunghi e collane di corallo formavano l’ornamento della donna. I fanciulli d’ambo i sessi fino al settimo anno vestivano d’inverno un camice di teletta fiorata, d’estate la sola camicia lunga, ed erano scalzi in tutte le stagioni.

Il progresso ha ormai mutato ogni cosa, nessuno abita più nel catùaiu, nessuno cammina sull’asino o a piedi, ma ognuno ha una casa decente, con riscaldamento, frigorifero, televisore, telefono, e telefonino,.... ma è veramente tutto migliorato?

 

LE STAGIONI E LE FESTE

In ogni mese dell’anno, la giornata dei nostri antenati veniva influenzata da due elementi che condizionavano il loro operato: la natura e la Chiesa. Infatti, le attività agricole, artigiane, domestiche erano soggette ai capricci e alla benevolenza delle stagioni, che governavano lo svolgersi della vita quotidiana, allietata, periodicamente, dalle ricorrenze delle feste religiose.

Così, la stagione autunnale si apriva con la festa dell’otto settembre (l’Immacolata); seguivano la vendemmia e le festa del Rosario (ottobre); e poi il periodo della raccolta delle castagne, delle olive, della semina e delle fiera del trenta novembre (festa del Patrono), che apriva il ciclo delle festività di dicembre: con Santa Barbara, il quattro; San Nicola, il sei; l’Immacolata l’otto; Santa Lucia, il tredici; e culminava con il Natale, il Capodanno e l’Epifania.

Con il mese di febbraio, si apriva un nuovo periodo: in agricoltura si potava e si zappava e a carnevale c’era l’appuntamento con le provviste di salame e carne in salamoia, companatico per tutto l’anno.

La primavera era la stagione dei campi: si zappettavano le coltivazioni di frumento; si seminavano i fagioli e si preparavano i cosiddetti orti: pomodori, peperoni, melanzane, zucchine. Era un periodo che aveva al centro le festività di Pasqua e il mese mariano, durante il quale c’era l’allevamento del baco da seta.

Giugno, luglio e agosto erano i mesi di raccolta e di conservazione dei prodotti (frumento, ortaggi e frutta). Festività: Sant’Andrea (la terza domenica di luglio) e Ferragosto.

 

Giovedì grasso era il giorno in cui la gente di solito uccideva il maiale, allevato con tanta premura.
Quel giorno, con suoni di tamburi, i giovani mascherati ("i forzàri") facevano il giro del paese, leggendo in dialetto delle poesie satiriche, con le quali prendevano in giro determinate persone su alcuni fatti avvenuti durante l’anno. L’ironia qualche volta era pesante e provocava talora, in chi si riteneva offeso dure reazioni, che a volte finivano in pretura.

La domenica successiva si ripeteva la stessa scena. Martedì sera, ultimo giorno di Carnevale, a suon di tamburo, si portava in giro per il paese un fantoccio di cartapesta, che rappresentava il Carnevale morente. In tale giorno, un uomo travestito da donna, facendo finta di piangere, cantava:

"Car-nalavari mio chi sì malatu
non haiu na pezzudda mu ti mutu,
ti mutu cu sozzizzi e cu salatu,
Carnalavari mio chi sì malatu".

La macellazione dei suini avveniva in Piazza Castello, sotto la torre dell’orologio, ma successivamente si praticava anche in alcune zone (‘a ruga) o punti fissi del paese.

Al mattino del mercoledì delle Ceneri si appendeva al balcone o alla finestra un pupazzo, che raffigurava una donna vestita di nero e portava sei penne di gallina in testa, ed un fuso e una "canocchia" nelle mani. Durante il lungo periodo della Quaresima si rispettava un digiuno ferreo: questo digiuno consisteva nel mangiare solo due volte al giorno e nell’assaggiare la carne una volta sola alla settimana.

 

La sera del giovedì santo l’Arciprete teneva dal pulpito una predica, in cui raccontava tutta la passione di Cristo. Fuori della chiesa, sul ballatoio, vi era la statua dell’Addolorata, che alcuni uomini mettevano all’incanto, nel senso che chi offriva di più aveva l’onore di reggere la stanga durante il suo ingresso in chiesa. Alla fine della predica l’Arciprete chiamava la Madonna con queste parole:

 "Vieni, o Maria, a vedere come i peccatori hanno ridotto Tuo Figlio".

 Si spalancava la porta centrale della chiesa e l’Addolorata veniva portata di corsa sotto il pulpito, tra la gente piangente e il predicatore che deponeva tra le braccia della Madonna il Crocifisso.

Durante la processione della "Naca", che avveniva il giovedì e il venerdì santo, in segno di lutto non si suonavano le campane delle Chiese, ma due strumenti di legno: le tocche e il tirritì.

La mattina del sabato santo, davanti al pianerottolo del portone principale della Chiesa Matrice, il sacrestano a mezzo di pietra focaia accendeva il fuoco, che poi veniva alimentato da tutti i cittadini presenti.

Il giorno di Pasqua, ogni bambino portava per le strade del paese la cuzzupa in mano ed aspettava con ansia l’ora della Cumprunta.
A mezzogiorno, infatti, la statua del Cristo e quella della Madonna, rette da giovani appartenenti alle congreghe del Signore e del Rosario, ad un certo segno, dopo tre inchini, partivano di corsa l’una dall’attuale portone della Chiesa matrice e l’altra dall’olmo secolare della piazza e si ritrovavano presto al centro del Pian Castello, in mezzo alla gente, tutta trepidante e commossa, del paese che dai balconi delle case o dai margini della piazza, alla preghiera sommessa di "A Madonna, ‘u rescia", assisteva a questa scena simbolica dell’abbraccio tra madre e figlio a Galilea dopo la resurrezione della notte di domenica.

Il giorno di Pasquetta veniva trascorso allegramente in campagna, dove si mangiava all’aperto. Ma molta gente si recava a Soverato, dove c’era la fiera e si compravano tra le tante cose anche i maiali da allevare fino al carnevale successivo.
Dal lunedì di Pasqua in poi avveniva la benedizione delle case e al sacerdote si davano in offerta dei soldi e delle uova.

 

L’onore è stato sempre considerato sacro ed inviolabile; la trasgressione si lavava col sangue.
Perciò il giovane che intendeva prender moglie, cercava la sua bella tra le giovinette che uscivano dalla Messa cantata della domenica o che seguivano le processioni o che si recavano alle fontane per attingere acqua. Avvenuta la scelta riferiva ai genitori il nome della giovane e ne domandava il consenso.

Il padre chiedeva la mano della giovane ai genitori, che, per dare la risposta, facevano trascorrere almeno quindici giorni, durante i quali bisognava convincere la giovane e chiedere il parere agli anziani della parentela.

Se la risposta era positiva, si stabiliva il giorno del fidanzamento ufficiale. La sera del giorno stabilito, il giovane insieme ai suoi genitori ed ai parenti più intimi si recava alla casa della giovane, ove portava ricchi donativi ed un anello per la fidanzata. In casa di questa si consumava una lauta cena innaffiata dai vini migliori.

Il giorno delle nozze era un avvenimento in paese. Un suono speciale della campana chiamava gli zziti. Il promesso sposo, camminando in mezzo a due notabili e seguito da un corteo di donne e di uomini, giungeva a casa della zita per prelevarla. Da qui si formava il corteo per recarsi in chiesa.
La sposa con gonna di raso celeste frascheggiato, busto color ceraso e tovaglia candida appuntata con uno spillo d’oro apriva il corteo, accompagnata da due giovani donne maritate. Seguivano altre coppie di donne e poi il giovane, seguito da una interminabile fila di uomini, giovani e da una lunga schiera di ragazzi.

Celebrato il rito religioso, si usciva dalla chiesa e si ricomponeva il corteo con lo stesso ordine e si andava a casa dello sposo. La gente assiepava le piazze e le strade e si affacciava dalle finestre per vedere passare gli zziti e spargeva grano e fiori. I parenti degli sposi per la gioia gettavano confetti con soldini, che i bambini raccoglievano a gara seminando magari pugni a destra e a manca.

Le donne e lo sposo si adunavano in una stanza, gli uomini in un’altra. A tutti erano dispensati dolci e liquori, mentre nel catùaiu pigliavano posto i bevitori di vino, che tra un bicchiere e l’altro rovesciavano fave infornate, noci, fichi secchi e biscotti.
I fanciulli facevano chiasso fuori della porta e di tanto in tanto erano accontentati con una manata di confetti lanciati sulla strada che provocava un parapiglia.

A mezzogiorno vi era il pranzo di gala intercalato dai brindisi e seguito da suoni, canti e danze tradizionali. A sera inoltrata, gli sposi, preso commiato dai genitori, accompagnati da amici e parenti, rientravano nella casa che la giovane portava in dote.
All’indomani, primo risveglio coniugale, gli sposi ricevevano i donativi di parenti ed amici, che si affrettavano a portare al nuovo focolare cereali, legumi, frutta secca, olio. Facevano banchetti per tre giorni consecutivi dandosi alla pazza gioia. Alla domenica successiva alle nozze, lo sposo e la sposa per la prima volta uscivano per recarsi ad ascoltare la messa cantata e suscitavano la curiosità di tutti i paesani. In quella domenica i genitori della sposa davano un lauto pranzo agli sposi ed ai parenti dello sposo.

I genitori della zzita in casse ed in canestri portavano il corredo della giovane, che la nonna pazientemente aveva filato nelle lunghe serate invernali e che la mamma aveva tessuto e la giovane aveva cucito e ricamato, cantando ad una luce lontana. Il corredo era costato tanti lavori e sacrifici, ed una buona parte era stato comprato dai mercanti nelle fiere o dai venditori ambulanti perché in paese, in tempi remoti, non v’erano negozi di stoffe.

 

In occasione delle nascite fra i più poveri non avveniva nessuna festa particolare, tranne la gioia intima dei genitori. Le famiglie ricche distribuivano complimenti e facevano sparare dei mortaretti, sia nelle nascite che nei battesimi.

Assisteva al parto la mammana, donna del popolo di età avanzata, per lo più vedova, che dava coraggio alla paziente e recitava orazioni senza preoccuparsi della regolarità o meno del parto. Poi venne la levatrice condotta, regolarmente diplomata, che prodigava tutte le cure di ostetricia, osservando tutte le norme igieniche.
I neonati dopo qualche giorno erano portati al fonte battesimale. Il battesimo legava una parentela spirituale e il padrino era chiamato compare di San Giovanni, che fu il Battista del Divino Maestro.

Si diventava compare non solo con il battesimo, ma anche con lo scambiarsi, specie fra donne, alla vigilia della festa di San Giovanni, un fascio di fiori o il mazzetto di spicanardo accompagnato da doni diversi. Tra i ragazzi si faceva il compare strappandosi due fili di capelli, e tenendosi per il dito mignolo si pronunciava una strofetta. Questo uso puerile, che sembra ridicolo, rimonta ad usi antichissimi. I capelli sono sempre stati l’ornamento migliore dell’uomo libero. Scambiarli annodandoli è un legarsi con giuramento di reciproco rispetto e fedeltà. Era anche legame di compare il tagliare per la prima volta le unghie al neonato.

 

Quando qualcuno era agonizzante, la famiglia pensava al viaggio dello spirito. Oltre all’assistenza ed ai conforti della religione si donava al povero più vicino una cannata d’acqua, una quantità di olio sufficiente per l’illumi-nazione di una nottata, due pani oppure un piatto di farina. In tal modo si intendeva fare precedere l’anima del morente con l’acqua per dissetarla, con l’olio per guidarla e con i pani per ristorarla. Alcuni istanti dopo il decesso incominciavano le lamentele, i piagnistei, gli schiamazzi, i graffiamenti, e le donne si denudavano la testa, si scioglievano le trecce, strappandosi i capelli. Il pianto di alcune donne era così commovente e straziante che anche il cuore più duro partecipava al pianto ed al dolore.

Per tre giorni si ricevevano le visite di condoglianze, durante le quali gli amici mandavano ai parenti del defunto caffè ed anice.
Gli uomini indossavano di nero anche la camicia e portavano il cappello appannato sugli occhi e si lasciavano crescere la barba ed i capelli in segno di lutto. 

Le donne vestivano di nero da capo a piedi e si coprivano la testa col vancale nero nascondendo anche il viso; e questo durava per molti anni.
La donna che rimaneva vedova non cambiava la camicia se non quando si era consumata addosso e per il primo mese di vedovanza dormiva per terra o sopra il cassone senza spogliarsi.
I più stretti parenti non comparivano nelle pubbliche adunanze; difficilmente si facevano vedere nell’abitato e ascoltavano la prima messa alle ore quattro del mattino.

In occasione di lutto i familiari non accendevano fuoco per una settimana e più, e durante questo tempo i compari e gli amici inviavano una cena di rifocillamento detto ricunsùlu.

Nel giorno della commemorazione dei defunti si celebravano messe dalle due del mattino a giorno inoltrato. Le donne entravano ed uscivano dalla chiesa recitando preci e spargendo con l’acqua santa le sepolture, che allora erano sotto il pavimento delle chiese.
Le famiglie benestanti facevano cuocere delle focacce, le pitte, e le distribuivano ai poveri in suffraggio delle anime dei defunti.

Il culto dei morti ora è meno appariscente e più sentito. In quel giorno tutti si recano al cimitero per spargere fiori sulle tombe dei congiunti, accendere ceri e recitare preghiere con compostezza e austerità.

 

Il popolo andreolese durante la soggezione nobiliare non mancò di escogitare feste e giochi per distrarsi e rendere meno penosa la vita già di per se stessa umiliata ed avvilita.

Durante le domeniche poche persone si riunivano nelle bettole a giocare alle carte o ai dadi ed ubriacarsi. I giocatori e gli ubriaconi erano pochi, erano conosciuti e messi all’indice dalla popolazione. La maggior parte degli uomini attendeva ai propri affari e si procurava il lavoro per la nuova settimana. Spesso giungevano in paese dei giocolieri che facevano divertire il popolo mostrando le scimmie, facendo danzare l’orso al suono di tamburo, o dando rappresentazioni burlesche all’aperto, in piazza.

Nel pomeriggio delle feste si svolgevano i giochi popolari: l’albero della cuccagna ('ntinna), la corsa nei sacchi, la rottura delle pentole. La gente si divertiva e si sbellicava dalle risa nel vedere i giovani salire sull’albero della cuccagna unto di sugo, toccare quasi la cima e ricascare scornati; oppure i corridori nei sacchi che traballavano e cadevano. Molte domeniche comitive di giovani giocavano al lancio del disco sostituito con una forma di cacio. Dal Piancastello superiore si lanciava il cacio fino all’inferiore. Il vincitore era colui che faceva giungere più lontano il formaggio. Qualche volta, quando si uccideva un bovino, si faceva il tiro a segno contro la testa del vitello, situato su di un palo, a distanza dal tiro dello schioppo. Tutto poi terminava nelle casette colinari, in lieta ricreazione fra amici, alzando i cubiti sul mento.

I benestanti giocavano lo zecchinetto stando nelle case o recandosi a Catanzaro. Qualche famiglia è andata in rovina proprio per il gioco d’azzardo.

Anche i ragazzi avevano i loro giochi preferiti secondo i tempi. In tutte le epoche ed in tutti i paesi l’attività principale dei fanciulli è stata il gioco.

A Sant’Andrea si giocava a formelle e nelle feste anche a soldini - testa o croce -; in autunno si giocava a castagne o a noci, disponendole a mucchietti di cinque ognuno e da lontano con altra castagna bisognava farli cadere. Era in voga il gioco della lippa – lignello – usato anche dai Romani. Si usavano due mazze, una lunga e l’altra corta, appuntita alle estremità. Il gioco era pericoloso, ma educava la mano alla sveltezza, l’occhio alla precisione nel colpire con la lunga la mazza corta, ed a misurare le distanze.

A Carnevale aveva inizio il gioco della trottola (u strumbu) e nell’avvicinarsi della Pasqua si giocava a bocce o a piastrelle con la scommessa di quattro dita di cuzzupa, una specie di torta rustica.

Nel sabato santo presso la gradinata della Matrice si giocava a rompere le uova: l’uovo che rimaneva sano era vincitore.

Degna di osservazione è la tendenza dei ragazzi a fare la guerra, quasi volessero anticipare quanto i grandi hanno sempre fatto. Squadre di ragazzi dei rioni Castello e Malaira si sfidavano e giù a Maddalena a guerreggiare con le pitte dei ficodindia ridotte a pezzi.

Grazie a Giuseppe Armogida,
che ha fornito il materiale per scrivere questa pagina.

 

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