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Sembra strano e del tutto originale che in
Calabria, considerata vox populi come area a vocazione agricola
esistessero, nella vallata del fiume Stilaro (Bivongi, Monasterace,
Pezzano e Stilo) e nella zona montana delle Serre (Fabrizia e Mongiana),
rilevanti industrie minerarie e siderurgiche (miniere, ferriere,
fonderie, fabbriche d’armi ecc.) capaci di dar di che vivere, per
oltre di 2000 anni e fino alla totale dismissione, avvenuta oltre un
secolo fa’, a tante generazioni di calabresi. A sfruttare le risorse
minerarie del sottosuolo cominciarono, per primi, le popolazioni
indigene dell’età del ferro; seguite poi dai Greci, dai Romani, dai
Bizantini, dai Normanni e da tutte le altre dinastie che in Calabria,
dagli Svevi ai Borbone, si sono succedute.
Furono gli ultimi arrivati, i Savoia, in seguito
alle drastiche decisioni politiche applicate - di spostare il centro
siderurgico verso le aree del Nord - a determinarne il definitivo
collasso e a far perdere il proprio lavoro, destinandoli a diventare o
briganti o emigranti, a quasi 3000 persone che in questo settore
trovavano quanto era necessario al loro sostentamento.
Sursum corda; saluti e frasca (2)
ai nuovi padroni!
Da quelle remote arti e dai quei nobili mestieri è
giunto fino a noi ‘u rré ‘e brùanzu.
‘U rré ‘e chi ? (3)
Ah diàmmani! (4) cos’è
adesso questa faccenda insolita e singolare?
Si è sempre sentito parlare del re buono, del re saggio, del re nasone, del
re sole, del re lazzarone, del Re dei
Cieli, do’ rré ‘e bastuni (5); ma
di questo strano sovrano, mai. Buh!
Nenta ‘e minu (6)
di bronzo; mah !
Eppure non ci sono dubbi e la vicenda non è per
nulla una novità; l’unica deviazione dal vero sta nel fatto che il
busto è stato sempre e solo in ghisa; proprio così, in ghisa e chi
sa perché mai lo hanno sempre chiamato ‘e brùanzu.
Comunque, non vi infastidite, rilassatevi e seguite
il prosieguo del racconto.
A S. Andrea con questo binomio veniva indicato il
busto di Ferdinando II di Borbone, soprannominato Re Bomba, a suo
tempo ‘mpalatu (7) nello spazio
della vecchia Piazza Malaira.
Tutto cominciò intorno alla metà dell’ 800, dopo
che don Raffaele Maria Spasari, nativo di Badolato, fu nominato, nel
1846, arciprete del nostro paese.
Cieco sostenitore della casa borbonica e
profondamente devoto a Re Bomba, fino a mostrarsi intollerante delle
differenti convinzioni altrui, fece l’impossibile per avere al suo
fianco la presenza quotidiana del re dalle floride gote e ci riuscì.
Se non proprio del tutto ci riuscì, si fa per
dire, a metà; e se non per intero e in carne ed ossa riuscì ad
averlo, perlomeno, dalla testa al petto e senza braccia: ‘nzomma
(8), in riproduzione a mezzo busto.
Oh, non è stato facile sapete ! E ancor più
difficile fu convincere ‘i ‘ndrùali (9)
a collaborare.
Ma come si dice: ‘na prìadica (10)
oggi e un ammonimento domani o, meglio ancora, un colpo al cerchio
e uno alla botte, don Rafìali (11) capì
che per raggiungere lo scopo doveva perseverare e seguire alla lettera
l’antico adagio popolare: Tira ca vena ! (12)
E vinna (13): il
busto del re fu ordinato e fatto fondere a Mongiana e pagato con
offerte e donativi da quasi tutti i paesani. Quasi !?!
E si, quasi: cchjù o minu (14).
L’avverbio è doveroso perché un gruppo di
liberali che si riuniva clandestinamente in un ammezzato che ancora
oggi è ricordato come la casa dei carbonari, sotto la guida
dell’avvocato Antonio Jannoni - perseguitato e imprigionato dallo
stesso re Bomba - non pagò mancu ‘nu sordu (15),
anzi, fece di tutto per contrastarne la realizzazione.
Il gruppo ebbe sicuramente un ruolo marginale e di
sola propaganda, ma bastò a togliere il sonno e la tranquillità agli
amministratori comunali che si riunirono d’urgenza per deliberare
sull’acquisto di munizioni: «l’anno 1848 il giorno 8 maggio in S.
Andrea, riunitosi il decurionato… previo invito del Sindaco (Saverio
Mattei)… considerato essere nelle attuali circostanze necessarissima
la munizione per questa Guardia Nazionale… delibera farsi l’acquisto
di n° 6 polveri d’ammacco… più rotoli 15 di piombo… ».
L’onda storica degli eventi della rivoluzione
si fece sentire, quindi, anche nei nostri rioni e, scrutando le nubi
foriere della tempesta siciliana, i prudenti politici pensarono bene ‘u
si guàrdanu ‘i tacchi (16), armando
di tutto punto i loro sgherri.
Intanto, mentre il monarca Ferdinando spruppava (17)
con ferocia, sotto un diluvio di gabelle e di ”donativi”, la
poca carne che i disgraziati si trascinavano addosso e si preoccupava,
secondo A. Dumas padre: « a dare un salario fisso al boia
perché i 25 ducati che gli spettavano per ogni esecuzione mandavano
in rovina il tesoro reale» don Rafìali si preparava ad
accogliere, con i dovuti onori, ‘u rré ‘e brùanzu proveniente
dalla Mongiana.
Arrivò sopra ‘nu carru (18)
trainato da buoi, ben legato, interamente nascosto alla vista e
accompagnato da una greciamagna (19) di
bambini strillanti, interessati più che altro a punzecchiare i bovini
che a seguire e a rendere gli onori al velato rré.
Per quanto pesante, fu cautamente adagiato sopra un
apposito baldacchino costruito davanti all’altare della Matrice e
don Raffaele, appena le tre campane cominciarono a suonare a festa,
diede il “La” ad una esortante predica: «Fedeli, Ecce
regis! Questo è il nostro regnante per diritto divino, per volontà
del Ré dei Ré. Hoc erat in votis è qui, a vegliare e controllare il
nostro (ma voleva dire il vostro) operato. Inebriante di luce e
di grazia superiore alla condizione e comprensione umana è il nostro
Ferdinando! Amatelo dunque e onoratelo, poiché con lui incipit vita
nova.
Fedeli, il vostro e nostro Rex sarà positus ‘mprunti
(20) alla casa municipale e dovrà essere
riverito ogni qual volta gli passerete innanzi! Per tutti i secoli
saeculorum, amen!
Ora, miei adorati, cantiamo ‘nzema (21)
il te deum.»
A celebrazione conclusa la gente si
accalcò all’uscita senza aver capito ‘na mìnchja (22)
delle parole dell’arciprete; capì, però, ‘u ‘ntinnu (23)
di quelle che a tutti sembrarono minacce e si convinse presto di
avere a che fare cu’ du’ brutti ‘nzìarti (24):
‘u rré e don Rafé (25).
Il busto fu poi innalzato in mezzo alla piazza,
sopra una grossa colonna di pietra lavorata e circondato da un vasto
recinto a forma circolare all’interno del quale furono messi a
dimora alcuni alberi di acacia; il tutto, logicamente, a spese della
popolazione, costretta a fornire, gratis, il materiale e la
manodopera.
Ognuno, passando, doveva inchinarsi a riverire a
sua maestà; guai a non piegarsi in segno di ossequio! Don Raffaele,
che abitava di fronte, controllava, annotava e riferiva.
Ré Bomba rese l’anima a Dio nel 1859 e non fece
in tempo a sapere dello sbarco a Marsala di Garibaldi, che porterà
alla dissoluzione il regno borbonico.
Don Spasari, l’amaru (26),
seppe e vitta tuttu (27) e i suoi ultimi
anni di vita furono sconvolti dal nuovo ordine di cose.
Molte mattine trovò le pareti dei piani bassi
delle case del Rione Castello tappezzati di manifesti che quasi sempre
terminavano: «Abbasso re Bomba; abbasso il re bignè e il suo
scagnozzo don Rafé!»
E ancora: «Viva Garibardi ‘u crastaturi! (28)»
Era ‘mbalenatu don Rafé (29)
e la collera toccò la disperazione quando, sul finire del 1860,
un nutrito gruppo di persone si presentò davanti alla sua abitazione,
armato di corde, mazze e picuni (30) e
cominciò ad abbattere il recinto: «Viva la Riprùbbica; ebbiva
don Peppi Garibardi; abbassu lu rré, scioddhàmulu a Carcé! (31)»
Oh si, successe proprio così! La recinzione fu
divelta in pochi istanti ed entrarono tutti, legarono le funi al
taurino collo del re di bronzo e ti salutu nanna (32):
tanto tirarono fino a quando lo buttarono giù.
Disposto sopra ‘nu catalìattu (33)
e inscenato un finto funerale, in segno di avvenuta “morte”
della casa reale, fu accompagnato per tutto il paese e poi abbandonato
in una caseddha (34) fuori dall’abitato,
dove vi rimase per decenni e fino a quando, chi sa chi, non lo
riportò in un magazzino della vecchia casa municipale ‘e
Malajhira (35) e successivamente in quella
attuale dove il sottoscritto, nel 1994, lo trovò, corroso dal tempo,
sotto un cumulo di roba vecchia e lo riportò alla luce con l'aiuto
del dipendente comunale Vincenzo Mannello.
Perfettamente ristrutturato da alcuni volonterosi,
Pasquale Mosca e Leopoldo Gobbi, è stato prima collocato nell’atrio
del nuovo municipio e infine, dopo qualche anno, nuovamente
accantonato in quella risibile babilonia che ancora in molti si
intestano a chiamare “museo” comunale.
Il busto è indubbiamente da stimare e considerare
come una raffinata opera d’arte locale, frutto di maestranze ormai
scomparse che debbono essere riviste, rivalutate e riconsiderate,
dando loro gli opportuni meriti ed il valore morale che rappresentano.
Ardisco dire che la ripugnanza che gli andreolesi
nutrivano per questa piazza, luogo di coazione che obbligava e
assoggettava alla dura costrizione di fare atto di rinunzia della
propria volontà e personalità per accondiscendere all’intendimento
altrui di inchinarsi di fronte a un busto metallico abbia contribuito
a consacrarne la rinomanza e la celebrità, di cui rimane viva
testimonianza in un certificato di morte del 1809 e dove ritroviamo,
per la prima volta, tra i documenti comunali, l’esistenza del Rione Malajhira:
malu jhira, malo, triste andare e che ci fa pensare, inoltre,
chi sa a quali e quanti altri soprusi e soperchierie consumati in
questo piccolo luogo. Forse, anzi senza forse, sarebbe utile
ridare alla piccola piazza il nome Malajhìra ( e non Malaira
che ha tutt’altro significato ), affinché venga rivalutata la
memoria storica di fatti ormai sfuggiti dalla mente e dal cuore degli
andreolesi.
Cuneo, Febbraio 2002
Alfredo Varano
Glossario
1)- il ré di bronzo
2)- salute, prosperità (in senso eufemistico)
3)- il ré di cosa ?
4)- diamine!
5)- del ré di bastoni
6)- niente di meno!
7)- posizionato
8)- insomma
9)- gli andreolesi
10)- una predica
11)- don Raffaele
12)- come dire: chi la dura la vince; insistere per
arrivare all’obiettivo
13)- e venne; ha ottenuto ciò che cercava
14)- più o meno
15)- nemmeno una lira; oggi, un centesimo di euro
16)- di guardarsi le spalle, tutelarsi
17)- spolpava
18)- un carro
19)- moltitudine
20)- di fronte
21)- insieme
22)- è usato in senso eufemistico con significato
di: niente; aver capito niente
23)- ha visto tutto
24)- due cattivi elementi
25)- il ré e don Raffaele
26)- il mal capitato
27)- ha visto tutto
28)- castraporci. Usato in senso eufemistico; il
significato è legato alla credenza popolare che attribuiva a
Garibaldi l’abitudine di castrare i preti
29)- era incollerito
30)- piccone
31)- viva la repubblica; viva don Giuseppe
Garibaldi; Abbasso il ré, buttiamolo a Carcè ( località a
nord del paese)
32)- arrivederci, addio; è finita
33)- cataletto, per il trasporto dei morti
34)- casetta di campagna
35)- antico rione; piazza M era l’attuale P.zza Marconi.
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