SERRÀU Secondo la perspicace letteratura di G. Rohlfs, Serràu deriva da Serrao, cioè “serrano”: abitante della Serra, montanaro, e sta ad indicare coloro che lavorano nel bosco: boscaioli, carbonai. E noi, poveri villani, privi di principi di comparazione e di contraddittorio, altro non possiamo che riverire tale onorevole asserzione.
C’è però un’altra versione, fantasiosa, si, ma che vale la pena di raccontare e che io ho sentito da Concettina Cosentino, figlia di Francesco ‘e Serràu. Pare che, tanto tempo fa, intorno alla metà del ‘700, Cìanzu Cosentino incappò in un triste e tragico evento che lo spinse ad assassinarsi con le proprie mani.
Possibile!?! E quando mai si vitta che uno si assassina da solo; caso mai si suicida!?! Eppure capitàu! In modo proditorio, ma capitàu. Sentite un po’.
Vincenzo faceva il contadino e all’àrva di una giornata di fine giugno si preparò a puntino per scendere in marina a mietere il grano, che aveva seminato nel mese di novembre. Era stata un’ottima annata e le spighe si erano riempite fino a scoppiare; sembravano piccoli esseri prìani, pronti a partorire; e in un certo senso era anche vero: erano pronte a cedere i loro minuti e biondi figli per nutrirne altri, più grossi e bisognosi, più scuri e famelici e di questo, Cìanzu, ne era soddisfatto e orgoglioso; finalmente poteva procurarsi il frutto che per tanti mesi aveva curato e accarezzato con dura fatica e dimestichezza: l’aspettato grano, la farina, ‘u pana.
Si, il pane di grano, ‘u pana jàncu.
Oggi, è quasi impossibile pensare che il tanto conosciuto alimento era introvabile fino ai primi decenni del secolo passato. Tutti i nostri antenati si sono svezzati con pane giallo, di farina di granoturco: ‘u pana ‘e pizzata, delicatamente impastato e messo a cuocere, sopra una fresca foglia ‘e càvulu, nel forno a legna che ogni famiglia possedeva all’interno della propria abitazione o aru catùaju.
I più poveri e disperati mangiavano, quando c’era, pane di farina di fave o di altri legumi. Da noi era anche usato il pane di castagne, scuro, quasi nero e di sapore dolciastro: «Pan - dice il Boccaccio - che di castagne allor facieno/che grano ancor le genti non avieno».
Figuriamoci, quindi, dietro una realtà così nuda e cruda, la bramosia e l’ansia di Vincenzo. La sera precedente era stato talmente turbato e agitato, per l’emozione, che non riuscì a riposare più di tanto: «appatùmati, Cìanzu - gli diceva la moglie - domani ti aspetta una giornata dura, pesante. Dorma!»
Invece non prese pace e dormì poco, pochissimo, e appena sveglio raccontò alla consorte di aver fatto un brutto sogno, di quelli che portano sventura, guai, lutto; ma non ricordava cosa aveva sognato di preciso e per questo era divenuto ansioso, preoccupato: aveva un brutto presentimento.
La moglie, più timorosa di lui, lo pregò di non uscire e di rinviare ‘u mètara al giorno successivo; ma Cìanzu non volle ascoltare i consigli e, preso tutto l’occorrente, lasciò la famiglia per andare al tanto atteso appuntamento.
Cominciò a falciare, come un matto e senza un attimo di tregua, ancora prima co’ spùngia ‘u sula.
All’improvviso gli apparve un angelo e capì subito che si trattava dello stesso che gli era apparso nel sogno; ora ricordava tutto, ogni fase di quello che aveva sognato e l’angelo gli ripeté quello che già gli aveva anticipato nella notte: «Posa tutto e preparati, perché ti devo accompagnare nel mondo dei defunti e io sarò la tua guida».
Vincenzo cominciò a tremare e per un attimo vide il volto dei figli, che aveva baciato, ancora rannicchiati nel letto, poco prima di aprire la porta di casa e uscire.
Si mise a urlare e ringhiare, nel tentativo di scacciare quell’angelo funesto e tentò, con tutta la forza delle sue braccia azzarigni, di colpirlo ca’ farcìgghja. Lo fece con così tanta potenza che la falce gli scivolò di mano e raggiunse violentemente il collo, decapitandolo all’istante.
Fu così che, Cìanzu Cosentino, si serràu il collo con le sue stesse mani! Ecco, la diversa derivazione del nomignolo; ecco, l’assassino di se stesso.
Brunu ‘e Serràu, bellu frùsculu, era un suo discendente. Negli anni ’40, fra le tante persone che a S. Andrea venivano a vendere qualcosa, c’era Patrizia ‘a Sansostara che, ogni settimana, percorreva vie e viuzze per vendere le ricotte: «’nda voliti ricoootti!?! … Ricotti, ‘nda voliiiti!?!»
Bruno stava passando e, alla richiesta invitante di Patrizia, rispose che voleva assaggiarne una; la’, sulla scalinata di don Andrea, il farmacista. Ad una ad una, piano piano, ne mangiò 12 e quando la donna gli fece richiesta dei soldi, ‘u bellu frùsculu rispose: «Patrì, io non capisco pecchì àju ‘u pagu! Tu gridavi ‘nda voliti e io ‘nda vozza; se gridavi vind’accattati, passava derittu! Mo’, chi vùa ‘e mia?»
Il dovuto lo anticipò, comunque, il farmacista, che aveva assistito alla bravata.
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