GÀRGIA Sul significato di questo soprannome ho sentito diverse e differenti esposizioni. Qualcuno afferma che deriva dalla caratteristica roca, forte e sforzata della voce; altri, che dipende dal modo di parlare a voce alta ed eccitata; altri ancora, che fu attribuito ad un tale che durante una battuta di caccia alla volpe si mise ad urlare così tanto da farla scappare.
Gàrgia ha, invece, derivazione dal
longobardo Karig (antico alto tedesco Karag) con
significato di Gargo: furbo, scaltro, malizioso, astuto.
«Questa astuzia», mi riferisce Salvatore
Mongiardo ‘e Gàrgia, «è ben documentata dalla leggenda
del forgiaro che non sapeva saldare il ferro perché solo la Sibilla
conosceva il segreto che non svelava a nessuno. Il forgiaro mandò
per il paese ‘u discìpulu che gridò:
“ ‘U mastru mio sardau ‘u zappuni! “
La Sibilla udì ed esclamò:
“ Uh, gatta ci cova! O ‘nterra catta o
rina misa! “»
E il forgiaru, per l’appunto, doveva
dimostrarne non poca di scaltrezza e astuzia quando dall’insieme
di elementi di ferro diversi doveva modellarli, a oltre 700 gradi, e
compattarli ad un pezzo unico a forza di spezzarsi le braccia
battendo con la mazza sull’incudine.
Il primo fabbro arrivato a S.Andrea, da San
Sostene, verso la metà dell’800, fu mastro Vincenzo Mongiardo.
Rùajini, magli, mazze e mezze mazze cantàvanu
a missa alla forgia di mastro Vicìanzu: il lavoro era
tanto e si faceva aiutare anche dai figli.
Un giorno che era particolarmente stanco e i
santissimi gli giravano alla velocità del Firinghiddhu,
si rivolse al figlio Bruno dicendogli:
« O Bruneddhu, mini tu o minu eu?»
Intendendo di tirare il mantice;
«No, tata, Minati vui!» rispose
ingenuamente Bruno;
«E va’ bonu, minu eu !» replicò il
padre che appena finito di parlare cominciò a menare a scrapèdunu
e a gurdara 'e suttamùacchi il figlio, che non aveva capito
l’antifona.
Durante la Seconda Guerra Mondiale Pasqualino era
tornato a casa per una breve licenza. Prima di ripartire per il
fronte aveva spiegato a Rafelina ‘e Gàrgia, sua moglie, di
come comportarsi in caso di attacco aereo e nella specie se questi
dovessero lanciare gas asfissianti : « mi raccomando, se l’apparecchj
jèttanu ‘u gassu prendi una pezza e bagnala con acqua,
mettila davanti alla bocca e sdraiati panza ‘nterra ».
Il tempo passa e Rafelina non dimentica un
attimo il consiglio del marito. Stava chiacchierando davanti casa
con l’amica Ttora quando dalla Coscia di Stalettì
videro spuntare un aereo militare che non dava tante garanzie. Senza
dire né cùamu né quandu scapparono dentro casa e seguirono
a puntino i consigli di Pasqualino.
« Cummara Rafelina, mi pìardu ! ‘On
risistu ! ».
« Ma jìo mi sciàlu ! » rispondeva
Raffaella.
« Vi dicu ca mùaru, mi vrùscia l’arma !
» insisteva Ttora.
Proprio in quell’attimo la figlia di quest’ultima
entra ‘ntruncu in casa per avvertire del pericolo e vedendo
le due donne sdraiate per terra esclamò : « A ma’, ma chi è
stà puzza? Apariti ‘i franìasti ca ccà si mora ! ». Per
forza Ttòra si sentiva morire: nella fretta di fare le cose
aveva inzuppato la pezza con petrolio mùnditu.
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